Creativo a chi?

Categoria: Brand
Pubblicato il: 26 Giugno 2025
Noi non siamo in grado di contrastare il diffondersi di questa epidemia creativa. Ma possiamo fare lo stesso qualcosa?

“Non esiste oggi parola più oscena, più malsana, della parola creatività”. Qualche anno fa il designer Enzo Mari (1932 – 2020) riassumeva così il suo fastidio verso un termine (e un concetto) tra i più abusati, specie nel nostro settore ma non solo nel nostro.

Quello che probabilmente ci fa amare a dismisura questa sua citazione è il fatto che ci mette in guardia dalle insidie del mondo illusorio – a volte cialtronesco – che è nato dietro il termine “creatività”.
In questo mondo i risultati hanno a che fare più con la magia che con la tecnica, le opinioni contano più dei fatti e la storia non ha il minimo valore.

Non può funzionare così, sarebbe troppo semplice. Noi non siamo in grado di contrastare il diffondersi di questa epidemia creativa e non pretendiamo di avere voce in capitolo. Ma possiamo fare lo stesso qualcosa.

Per esempio dichiarare che coltivare l’intelligenza è enormemente più utile che inseguire la creatività (qualsiasi significato vogliamo dare a questa parola).

Sul terreno attraente della creatività viaggiano in ordine sparso i “loghi a effetto wow”, i rebranding per “modernizzarsi”, i payoff “emozionali”, le campagne “virali”, i siti “innovativi”.
Tutte queste formule danno un vantaggio (temporaneo) a chi vende e mettono in difficoltà (da subito) chi acquista.

La base dell’intelligenza è invece meno attraente e anche abbastanza faticosa: lavoro sui concetti, studio semantico, ricerca, strategia, coerenza. Su questa base è possibile costruire un percorso (in più fasi), che segue una logica (rigorosa) e porta a risultati (non immediati).

A questa consapevolezza, nel tempo, se n’è aggiunta un’altra: coltivare l’intelligenza non significa essere intelligenti. Significa provare a diventarlo.