“La quarta rivoluzione” di Luciano Floridi è una lettura illuminante sul rapporto tra noi e la tecnologia e su come la tecnologia influenzi la nostra storia.
Condivido di seguito alcune considerazioni.
Le ICT – tecnologie dell’informazione e della comunicazione – hanno svolto e svolgono un ruolo determinante nello sviluppo umano. Questo sviluppo può essere schematizzato in tre fasi distinte.
PRESTORIA
É la fase in cui lo scambio di informazioni è affidato all’oralità ed alla compresenza fisica, e il benessere sociale non è legato alle ICT.
STORIA
É la fase in cui le informazioni possono viaggiare nello spazio e nel tempo, grazie all’invenzione di strumenti per la registrazione e la trasmissione di dati: il benessere è collegato alle ICT.
IPERSTORIA
In questa fase una società è non solo collegata, ma dipendente dalle informazioni e dalle tecnologie necessarie per gestirle; il benessere di questo tipo di società si fonda per lo più su beni immateriali. É la fase in cui si trovano i Paesi più avanzati del pianeta.
L’importanza che il sistema delle informazioni (e delle tecnologie correlate) riveste per la sopravvivenza delle società più sviluppate, ha prodotto il concetto di INFOSFERA: un habitat composto da cyberspazio e mass media classici.
Nell’INFOSERA siamo sempre più connessi, anche quando crediamo di non esserlo. Uno status in cui i confini tra online e offline si confondono, così come quelli tra realtà e virtualità; uno status per il quale Luciano Floridi ha coniato il termine ONLIFE.
Tutto questo, unito alla crescente capacità di processare enormi quantità di dati dati a costi sempre minori e con strumenti sempre più piccoli, rende difficile immaginare un orizzonte, un limite per la rapida evoluzione a cui ci sta abituando l’IPERSTORIA.
Sintesi
Gli interrogativi politici, etici, sociali ed economici che questo percorso ci pone davanti sono nuovi ed enormemente complessi. Purtroppo o per fortuna, la nostra capacità di rispondere adeguatamente non mi pare collegata alla tecnologia di cui disponiamo o disporremo, ma allo strumento più potente che conosciamo: la nostra mente.